Nel Pacifico equatoriale si sta formando uno degli El Niño più intensi mai misurati. È una notizia vera, seria e ben documentata. Ma tra “evento eccezionale nel Pacifico” e “catastrofe in arrivo sull’Italia” ci sono diecimila chilometri, una catena di passaggi atmosferici che diluisce il segnale a ogni anello e una quantità impressionante di sciocchezze pubblicate nelle ultime settimane.
1. Cos’è El Niño?
El Niño è la fase calda di un’oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera chiamata ENSO (El Niño–Southern Oscillation), che coinvolge il Pacifico tropicale. In condizioni normali gli alisei soffiano da est a ovest e accumulano acqua calda verso Indonesia e Australia; sulla costa del Sud America, intanto, risale acqua profonda fredda e ricca di nutrienti. Quando gli alisei si indeboliscono, l’acqua calda “scivola” verso est, la risalita fredda si blocca e la convezione tropicale, con le sue piogge, si sposta verso il centro del Pacifico. Il ciclo si ripete in modo irregolare ogni 2–7 anni e alterna fasi calde (El Niño), fredde (La Niña) e neutre.
Il nome lo diedero i pescatori peruviani nell’Ottocento, perché il riscaldamento delle acque costiere si presentava attorno a Natale (“il Bambino”). Il fenomeno esiste da sempre: le ricostruzioni paleoclimatiche da coralli, sedimenti e anelli degli alberi lo seguono indietro per millenni. Vale la pena tenerlo a mente quando arriveremo alle bufale.
2. Perché se ne parla ora: i numeri ufficiali
Il 3 settembre 2026 l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha pubblicato il suo aggiornamento: El Niño è ormai consolidato, la probabilità che persista fino a febbraio 2027 è vicina al 100%, e la sua intensità è attesa molto forte, con picco tra novembre e dicembre. La previsione stagionale della WMO colloca l’anomalia media della temperatura superficiale nella regione Niño 3.4 attorno a +3,6 °C per il trimestre settembre–novembre. Il Climate Prediction Center della NOAA, dal canto suo, già a metà agosto assegnava oltre il 90% di probabilità a un evento molto forte per l’autunno-inverno 2026-27.
Per capire cosa significhi quel numero basta un confronto storico.
Per convenzione si parla di “super El Niño” oltre i +2 °C di anomalia. Ne abbiamo osservati pochissimi nell’era strumentale: 1982-83, 1997-98, 2015-16 e, di misura, 2023-24. Il 2026-27, se le previsioni saranno confermate, li supererebbe tutti. Un dettaglio che spiega la fiducia dei modelli: in alcune aree del Pacifico le temperature sotto la superficie hanno superato di oltre 8 °C i valori medi tra luglio e i primi di agosto. È un serbatoio di calore già in mare, non un’ipotesi.
Quindi sì: la notizia è vera e pesante. La domanda è per chi.
3. Chi ne subisce davvero gli effetti
Gli impatti di El Niño sono geograficamente asimmetrici e si concentrano nella fascia tropicale e sul settore Pacifico. Il quadro tipico di un evento forte è questo:
- Perù, Ecuador e Sud America occidentale: piogge torrenziali e alluvioni sulla costa, crollo della pesca per il blocco della risalita di acque fredde.
- Indonesia, Australia orientale, Filippine: siccità, rischio incendi, raccolti compromessi.
- Africa orientale: piogge sopra la norma e alluvioni; Africa meridionale: siccità.
- India e Asia meridionale: monsone tendenzialmente più debole.
- America del Nord: inverno più piovoso sulla California e sul Sud degli Stati Uniti, più mite sul Nord.
- Atlantico: stagione degli uragani in genere meno attiva; Pacifico orientale: più attiva.
- Temperatura media globale: El Niño rilascia calore dall’oceano all’atmosfera e spinge verso l’alto la media planetaria. Non è un caso che 1998, 2016 e 2024, gli anni successivi ai grandi El Niño, siano stati anni record.
È a questi Paesi, non a noi, che si rivolge l’allarme del Segretario generale dell’ONU. Quando leggete “proporzioni gigantesche” e “conseguenze gravi”, il soggetto della frase è il pianeta, con in prima fila centinaia di milioni di persone che dipendono dal monsone o dalla pesca peruviana.
4. E l’Italia? La catena che diluisce il segnale
Qui bisogna essere precisi, perché è il punto in cui gran parte della comunicazione italiana va fuori strada in un senso o nell’altro.
El Niño non agisce direttamente sull’Europa. Nessuna massa d’aria “arriva dal Pacifico”. Quello che può arrivare è un segnale trasmesso per via atmosferica attraverso una catena di passaggi: la convezione tropicale spostata genera treni d’onde planetarie (onde di Rossby); queste possono disturbare la stratosfera e il vortice polare; un vortice polare più debole favorisce fasi negative della North Atlantic Oscillation (NAO); una NAO negativa sposta le perturbazioni atlantiche verso sud, cioè verso il Mediterraneo.
Cosa dice la letteratura scientifica? La rassegna di riferimento resta quella di Stefan Brönnimann su Reviews of Geophysics (2007), seguita dal lavoro di Ineson e Scaife su Nature Geoscience (2009) che ha dimostrato il percorso stratosferico completo. I punti fermi sono tre:
- La stagione con il segnale più robusto è il tardo inverno, tra gennaio e marzo. La tendenza statistica in anni di El Niño è verso un pattern simile a una NAO negativa: più freddo sul Nord-Est europeo, meno precipitazioni in Scandinavia, più precipitazioni su parti del Mediterraneo centrale e occidentale. Nella prima parte dell’inverno la risposta è spesso opposta e più zonale.
- In estate il segnale è marginale. Non esiste in letteratura un meccanismo robusto che colleghi El Niño alle ondate di calore mediterranee. Le estati italiane dipendono dall’anticiclone subtropicale, dalla temperatura del mare e dal trend climatico di fondo.
- Il segnale è debole e non deterministico. Come ha detto il climatologo Zeke Hausfather (Berkeley Earth) a MeteoWeb a fine luglio: per l’Europa El Niño “trucca i dadi” solo leggermente, e non ha l’effetto prevedibile che ha altrove. La variabilità interna del settore nord-atlantico spesso maschera del tutto il segnale. Lo scorso inverno ne è stato un esempio: un vortice polare disturbato, uno split in quota, e nessun freddo significativo sul Mediterraneo.
Il Consorzio LaMMA-CNR lo ha scritto senza giri di parole a fine agosto: le connessioni con l’Europa sono indirette, intermittenti e dipendono da altri fattori; non consentono di attribuire automaticamente a El Niño il caldo previsto in autunno, né di dedurne piogge estreme o alluvioni in Italia. Attenzione e aggiornamenti, non un’allerta generale.
5. Il caldo dell’estate 2026 non è “colpa” di El Niño
È la domanda che ci arriva più spesso, quindi rispondiamo con i dati.
L’estate 2026 è stata eccezionale: Copernicus ha classificato giugno-luglio come il bimestre più caldo mai osservato nell’Europa occidentale, con anomalie mensili di luglio tra +3 e +5 °C su ampie parti dell’Italia occidentale. Il 13 agosto la temperatura superficiale del Golfo del Leone superava la media di circa 6 °C, e luglio ha segnato il record assoluto di temperatura superficiale degli oceani extra-polari (20,96 °C).
Ma guardate la cronologia. A gennaio 2026 il Pacifico era ancora in La Niña; a febbraio-marzo si è passati a condizioni neutre; El Niño è stato dichiarato in primavera ed è cresciuto durante l’estate, superando la soglia “super” solo verso agosto, con il picco previsto a fine anno. Quando l’Italia toccava i suoi massimi, a fine giugno e a luglio, El Niño era appena nato e ancora debole. E in ogni caso, come abbiamo visto, non esiste un canale estivo efficace tra Pacifico ed Europa.
La spiegazione del caldo 2026 sta altrove: anticiclone subtropicale persistente, un Mediterraneo caldissimo che funziona da batteria termica, e un riscaldamento di fondo, quello sì di origine antropica, che va avanti da decenni e rende ogni ondata di calore più intensa di quanto sarebbe stata trent’anni fa. El Niño si aggiunge a questo quadro, non lo causa.
6. Le bufale in circolazione, una per una
Da luglio in poi i social si sono riempiti di teorie. Le abbiamo raccolte e verificate.
“El Niño è provocato da HAARP / dalla geoingegneria / dalle scie chimiche”
Falso. HAARP è un impianto di ricerca in Alaska che studia la ionosfera, tra i 60 e i 500 km di quota. El Niño è un fenomeno oceanico che coinvolge una massa d’acqua grande quanto un continente, spessa centinaia di metri, che contiene una quantità di energia termica pari a milioni di volte la produzione elettrica mondiale. Nessuna antenna, nessun aereo e nessuna tecnologia esistente può spostare quel calore. Per di più El Niño è documentato da secoli, molto prima di qualunque impianto: i pescatori peruviani gli hanno dato il nome nell’Ottocento e i coralli lo registrano da millenni. La stessa accusa a HAARP è stata riproposta nel 2026 per le ondate di calore europee e per i terremoti in Venezuela e Colombia, ed è stata smentita ogni volta dai fact-checker di Euronews, AP e AFP.
Un chiarimento sulla geoingegneria: a luglio uno studio dello Scripps Institution of Oceanography (Science Advances) ha analizzato se lo “schiarimento delle nubi marine” potrebbe, in teoria, indebolire un futuro El Niño, usando come esperimento naturale il fumo degli incendi australiani del 2019-20. È ricerca teorica su una possibile mitigazione, e gli stessi autori avvertono che un test reale potrebbe avere conseguenze disastrose. Non è la prova che qualcuno “stia facendo” El Niño: è l’opposto.
“El Niño è un’invenzione per giustificare il cambiamento climatico”
Falso, e anche logicamente incoerente. El Niño è un fenomeno naturale e ciclico, riconosciuto dalla scienza da oltre un secolo e usato, storicamente, proprio da chi nega il riscaldamento globale per spiegare i picchi caldi come “solo El Niño”. La realtà è un’altra: il ciclo ENSO è naturale, ma oggi si svolge su un oceano già più caldo di circa 1,2 °C rispetto all’epoca preindustriale. Il fenomeno è antico; il contesto in cui avviene no.
“El Niño porterà un inverno glaciale / una nuova era glaciale”
Falso. Le ere glaciali dipendono dai cicli orbitali della Terra su scale di decine di migliaia di anni; il prossimo ingresso naturale in glaciazione non è atteso prima di 50.000 anni e, con la CO₂ già emessa, sarà con ogni probabilità rinviato ben oltre. Quanto all’inverno 2026-27: El Niño può aumentare leggermente la probabilità di fasi di NAO negativa a fine inverno, con episodi freddi e nevosi al Centro-Sud. Può. Non è una garanzia, e comunque si parla di singoli episodi dentro inverni che restano, in media, più miti che in passato.
“El Niño causerà terremoti / risveglierà i vulcani”
Falso. I terremoti dipendono dalla tettonica delle placche. La correlazione tra El Niño e sismicità non esiste nella letteratura scientifica seria. Chi la propone in genere sta riciclando la stessa bufala HAARP con un altro cappello.
“L’estate 2026 così calda è stata colpa di El Niño”
Falso, per i motivi del capitolo precedente: El Niño era appena nato, e comunque non ha un canale estivo efficace verso il Mediterraneo.
“Medicane e alluvioni garantiti in Italia questo autunno per El Niño”
Non dimostrabile, e la formulazione è scorretta. Il Mediterraneo eccezionalmente caldo è un fattore reale e fornisce più energia ai temporali autunnali: questo merita attenzione, El Niño o no. Ma nessuna previsione stagionale consente di dire “ci saranno alluvioni”. Le previsioni Copernicus per settembre–novembre indicano temperature probabilmente sopra la norma e un segnale, meno affidabile, verso precipitazioni sopra la media nell’Europa meridionale. Sono probabilità su tre mesi, non un bollettino.
7. Cosa vale la pena monitorare davvero
Se togliamo il rumore, per l’Italia restano tre cose da tenere sotto osservazione nei prossimi mesi.
L’autunno parte caldo, e il mare lo è di più. Il calore accumulato dal Mediterraneo non sparisce con il calendario. È il fattore che rende più energetici i temporali di settembre e ottobre. Non c’entra El Niño: c’entra l’estate che abbiamo appena passato.
Il tardo inverno è la finestra in cui El Niño può farsi sentire. Tra gennaio e marzo la statistica indica una tendenza verso un Mediterraneo più perturbato, con perturbazioni atlantiche spostate a sud. Se il vortice polare stratosferico dovesse subire un riscaldamento improvviso, la probabilità di irruzioni fredde con neve a quote basse sul Centro-Sud salirebbe. È uno scenario possibile da seguire con gli aggiornamenti, non una previsione.
La primavera 2027. Alcuni studi associano la fase di uscita dai grandi El Niño a un rafforzamento degli anticicloni sul Mediterraneo. Anche qui: tendenza, non certezza.
Tutto il resto, in particolare qualunque titolo che contenga la parola “sarà” riferita a un evento specifico a mesi di distanza, può essere tranquillamente ignorato.
