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Frangivento: i pini dell’Appia e la fisica del vento nella Pianura Pontina

I pini dell’Appia e la fisica del vento nella Pianura Pontina

Nella Pianura Pontina i filari di pini e di eucalipti che accompagnano l’Appia, la Pontina e le migliare non sono un ornamento del Ventennio. Sono un’infrastruttura aerodinamica, progettata e realizzata insieme ai canali e alle strade. Oggi quell’infrastruttura sta collassando per colpa di un insetto di quattro millimetri, e il problema, prima che paesaggistico, è meteorologico.


1. Un paesaggio disegnato, non cresciuto

Chi percorre la Pianura Pontina vede una geometria: strade rettilinee, canali paralleli, poderi regolari e, sopra tutto, doppie righe di alberi che seguono ogni asse. Non è un caso. A partire dal 1931 l’Opera Nazionale Combattenti ridisegnò integralmente il territorio, sostituendo in pochi anni, dal 1932 al 1939, la palude con una rete di canali e strade che collegava oltre 3.000 poderi ai nuovi borghi rurali e alle cinque città di fondazione.

In quel disegno gli alberi hanno una voce di capitolo propria. Nell’ultima fase di attività dell’ente, tra i progetti per lo sviluppo della provincia di Latina, compaiono esplicitamente la manutenzione e l’adeguamento della viabilità e delle fasce frangivento. Non “aiuole”: fasce frangivento. Si tratta di terreni nastriformi con filari di alberi, in prevalenza eucalipti, impiantati all’epoca della bonifica. Con la soppressione dell’ONC nel 1977 sono passati in proprietà alla Regione Lazio, e la loro alienazione è regolata dalla legge regionale 22/1995, che consente ai confinanti di acquistarli solo a patto di garantirne la conservazione.

A Pontinia le chiamano ancora cordigliere: filari di eucalipti piantati dai bonificatori lungo strade, migliare e canali, scelti sia per la capacità di prosciugare un suolo tendente all’impaludamento sia per frangere il vento che arriva dal mare senza incontrare ostacoli. Sul versante interno e lungo gli assi principali il ruolo è stato affidato in larga parte al pino domestico: nel 1937 si decise un rimboschimento con la messa a dimora di oltre un milione di alberi, soprattutto pini ed eucalipti.

In sintesi: la funzione di quei filari è scritta nei documenti dell’ente che li ha piantati. Chi oggi li considera solo verde storico sta leggendo metà del progetto.

La griglia della bonifica: assi viari e fasce arboree trasversali al flusso dominante dal mare. Schema semplificato, non georeferenziato.


2. Perché qui il vento è un problema serio

La Pianura Pontina è una tavola: quote comprese tra il livello del mare e poche decine di metri, superficie aperta, nessun rilievo tra la linea di costa e i Lepini. Per l’aria in movimento questo significa fetch libero e rugosità superficiale bassa. Il vento arriva a terra con poca dissipazione.

Sopra a questo si innesta una climatologia degli eventi rotanti tutt’altro che marginale. Secondo lo studio CNR-ISAC pubblicato sull’International Journal of Climatology, la più alta densità di trombe d’aria in Italia si registra sulle coste di Lazio e Toscana, nella pianura veneta e nel Salento, con valori confrontabili con quelli degli Stati americani a più alta frequenza. Una successiva analisi su 32 anni di dati, che ha georeferenziato 445 tornado al suolo tra il 1990 e il 2021, colloca le regioni tirreniche, e in particolare il Lazio, tra le aree più colpite. La configurazione favorevole è nota: bassa pressione sul Nord Ovest italiano e venti sud occidentali al suolo che trasportano aria più calda della media.

Poi c’è il fenomeno che in questa pianura fa più danni di tutti, e che raramente viene chiamato con il suo nome: il downburst. È una violenta corrente discendente generata all’interno di un temporale che, raggiunto il terreno, si propaga orizzontalmente con raffiche capaci di abbattere alberi, spostare oggetti e danneggiare edifici. Non ha rotazione, non ha imbuto, e la sua firma al suolo è lineare o divergente, non un corridoio strappato.

Due date, per capire di cosa parliamo. La notte di Ferragosto 2022: venti fortissimi dalle due del mattino tra Latina, Sabaudia e Terracina, decine di alberi abbattuti, stabilimenti danneggiati, oltre 300 richieste di soccorso ai vigili del fuoco, con chiusura di un tratto dell’Appia a Pontinia e della Pontina a Sabaudia per alberi e rami sulla carreggiata. E l’agosto dello stesso anno sull’Appia Sud tra Velletri e Cisterna, dove un downburst fece letteralmente strike lungo la strada, abbattendo e sradicando numerosi pini, dopo un episodio analogo già nell’agosto 2018.


3. Che cos’è, fisicamente, un frangivento

Un filare non è un muro. È un ostacolo poroso immerso nello strato limite atmosferico, e si comporta in modo controintuitivo: la sua efficacia non dipende quasi per nulla dalla larghezza, e dipende quasi tutto da due parametri.

Altezza H. È la scala con cui si misura ogni cosa. L’estensione orizzontale dell’effetto, sia a monte sia a valle, è proporzionale all’altezza della barriera: riduzioni misurabili sono state registrate fino a 50H sottovento, e riduzioni del 20 per cento o più possono estendersi fino a circa 25H.

Porosità. È la frazione di vuoto vista dal flusso. Per barriere lunghe rispetto alla propria altezza è la caratteristica strutturale più importante: la riduzione massima cresce al diminuire della porosità, ma le barriere quasi impermeabili generano a valle più turbolenza di quelle a densità media. Da qui l’ottimo di progetto: osservazioni e modelli indicano che una porosità intermedia, intorno al 30 o 50 per cento, riduce il vento nel modo più efficace mantenendo un’ampia zona protetta, tipicamente tra 20H e 30H sottovento.

La struttura del flusso a valle è ben descritta in letteratura. Esiste una zona di quiete triangolare, delimitata da una linea che parte dalla sommità della barriera e raggiunge il suolo intorno a 8H, in cui le fluttuazioni turbolente scendono sotto i valori del flusso indisturbato. Oltre e sopra di essa si estende una zona di scia, con fluttuazioni maggiori di quelle in ingresso. Il minimo di velocità si colloca tipicamente tra 2H e 8H a seconda della porosità, mentre il recupero di circa l’80 per cento della velocità di monte avviene attorno a 20H.

Zona di quiete, zona di scia e recupero del flusso a valle di una barriera porosa.

Traduzione in metri pontini

Un filare maturo di pino domestico lungo l’Appia misura tra 18 e 22 metri di altezza. Con H uguale a 20 metri:

GrandezzaIn unità di HIn metri
Minimo di velocità sottoventoda 3H a 5Hda 60 a 100 m
Zona di quiete (bassa turbolenza)fino a 8Hcirca 160 m
Riduzione pari o superiore al 20 per centofino a circa 25Hfino a circa 500 m
Recupero dell’80 per cento della velocitàcirca 20Hcirca 400 m

Una singola fila d’alberi protegge quindi una fascia di campagna profonda da tre a cinque volte la larghezza di un podere della bonifica. E siccome le migliare sono spaziate regolarmente, l’effetto non è isolato ma reticolare: ogni fascia lavora dentro la scia di quella precedente, aumentando la rugosità superficiale efficace di tutta la pianura. È il motivo per cui una griglia di filari, nel suo insieme, conta più della somma dei suoi filari.

Velocità residua a valle del filare al variare della porosità della chioma. Curve schematiche costruite su parametri di letteratura.


4. Un filare può fermare un downburst? No, ma non è la domanda giusta

Qui serve onestà intellettuale, perché è il punto dove gli articoli divulgativi scivolano.

Un filare non arresta un downburst e non protegge da un tornado. Contro raffiche oltre i 100 km/h, valori che le correnti discendenti raggiungono e superano abitualmente quando si propagano orizzontalmente al suolo, la barriera stessa entra in campo plastico: si spezza, si sradica, cade. Nell’agosto 2022 sull’Appia Sud i pini non hanno protetto la strada, l’hanno bloccata.

Quello che un filare fa, ed è misurabile, sono tre cose diverse.

  1. Abbassa la coda della distribuzione. La grande maggioranza degli eventi ventosi che una pianura subisce in un anno non è un downburst da 120 km/h. Sono raffiche tra 50 e 80 km/h, che una barriera porosa taglia del 40 o 60 per cento nella fascia sottovento. Su cento eventi i filari ne neutralizzano novanta e cedono ai dieci più violenti. È esattamente il profilo di rendimento di qualunque opera di mitigazione.
  2. Frammenta la scala dei vortici. I frangivento riducono la lunghezza dei vortici turbolenti, aumentando la frequenza di picco delle fluttuazioni di velocità indipendentemente dalla loro struttura. Tradotto: a valle resta energia, ma distribuita in vortici più piccoli e meno capaci di esercitare carichi coerenti su una serra, un tetto in lamiera o un frutteto. Le raffiche fanno danni per carico di picco, non per velocità media.
  3. Dissipa energia a spese proprie. Ogni ramo che si flette e ogni ago che vibra sono lavoro sottratto al flusso. È dissipazione viscosa e per resistenza di forma, la stessa fisica di una barriera antirumore o di un frangiflutti.

Il filare non ferma la corrente discendente: ne attenua la componente orizzontale al suolo e ne frammenta i vortici.

Vale anche il rovescio della medaglia, e va detto. Un albero maturo a pochi metri dalla carreggiata è un ostacolo rigido. Lungo l’Appia tra Velletri e Cisterna, e sulla Fettuccia di Terracina, i pini sono stati coprotagonisti involontari di numerosi incidenti, alcuni mortali, per veicoli usciti di strada e finiti contro i tronchi. Il bilancio corretto non è alberi buoni contro alberi cattivi: è progettazione. Fascia di rispetto, barriere di sicurezza passiva, sesto d’impianto, scelta della specie. Cose che nel 1935 non erano nel manuale e oggi sì.


5. Il nemico: quattro millimetri di carapace

Toumeyella parvicornis è un piccolo insetto fitomizo nordamericano, chiamato cocciniglia tartaruga per il corpo emisferico e bruno rossastro della femmina adulta, che ricorda un minuscolo guscio. Le femmine superano di poco i 4 mm e vivono immobili, fissate ai getti o agli aghi. I danni gravi e crescenti che questa specie causa dal 2014, in particolare in Campania, Lazio e Toscana, riguardano sia il verde urbano sia le pinete mediterranee, già indebolite da altri fattori di stress.

Il meccanismo del danno è, in fondo, un problema di bilancio energetico della pianta. La suzione di linfa con abbondante produzione di melata riduce la capacità fotosintetica, con disseccamento e caduta degli aghi. La melata imbratta chioma e rami, e su di essa si sviluppano fumaggini che li ricoprono di un feltro nerastro, fino al progressivo diradamento e alla trasparenza della chioma.

Un dettaglio che dovrebbe interessare chi si occupa di strade: la diffusione avviene per contatto tra alberi vicini, ma è favorita anche passivamente da animali, dal vento e persino dalle turbolenze alle chiome generate dal passaggio di mezzi pesanti lungo le strade alberate infestate. Un filare stradale è, per questo parassita, un’autostrada.

Via Appia Sud, tra Cisterna di Latina e Latina. CentinaIa di Pini morti o ammalati.

Dove siamo oggi. Le indagini ufficiali del 2025 hanno confermato la presenza ormai diffusa nelle province di Roma e Latina. Nel primo quadrimestre 2026 l’organismo è stato rinvenuto anche nel Viterbese, e con la determinazione n. G04462 del 3 aprile 2026 la Regione Lazio ha aggiornato la delimitazione delle aree interessate. Nel 2024 la specie, già presente nella Alert List EPPO, è stata trasferita tra gli organismi nocivi da quarantena; in Italia è regolamentata dal decreto ministeriale del 3 giugno 2021, che impone a chiunque rilevi o sospetti la presenza del parassita l’immediata comunicazione al Servizio fitosanitario regionale.

Che la scala del problema sia ormai regionale, e non locale, lo dicono due segnali molto diversi tra loro. A Tirrenia il focolaio ha raggiunto 770 ettari, un’estensione che secondo le autorità fitosanitarie rende impraticabile l’eradicazione. E nel 2026, a Fregene, ha chiuso lo storico stabilimento di lavorazione dei pinoli, attivo dal 1945, per insufficienza della materia prima locale. Quando un parassita fa chiudere una fabbrica, ha già cambiato l’ecosistema.

Sul fronte dell’età, infine, arriva la seconda tenaglia. Intervistato a metà agosto 2026, il geologo Mario Tozzi ha ricordato che i pini piantati in epoca fascista, con particolare concentrazione tra Roma e la provincia di Latina, “sono quasi alla fine del loro ciclo vitale”, e vanno tenuti sotto osservazione perché un albero a fine vita è più soggetto a sradicarsi. Cocciniglia, senescenza, siccità, radici compresse dall’asfalto: gli stress si sommano.


6. Perché la moria è un danno meteorologico, non solo estetico

Ed eccoci al punto che nessuno mette in prima pagina.

La cocciniglia non abbatte gli alberi: ne aumenta la porosità. Diradamento della chioma, caduta anticipata degli aghi, rami secchi. Dal punto di vista aerodinamico, un filare che passa da una porosità del 40 per cento a una del 65 per cento non perde un quarto della sua funzione. La perde quasi tutta, perché il flusso lo attraversa senza dissipare energia sufficiente.

Riduzione massima e ampiezza della fascia fortemente protetta, a chioma sana e a chioma diradata.

Le conseguenze si leggono in filiera.

  • Raffiche al suolo più intense su strade, serre, tunnel, frutteti e impianti a rete come kiwi, vite e actinidia, esattamente nel comparto che regge l’economia pontina.
  • Erosione eolica e trasporto di suolo su terreni di bonifica ad alta frazione limosa, dopo le arature e prima della copertura vegetale.
  • Microclima più estremo. Nelle aree sottovento a un frangivento l’evapotraspirazione è spesso inferiore di una quota compresa tra il 10 e il 30 per cento, l’umidità è più alta e le temperature meno estreme, con benefici sulla produttività dell’acqua nelle colture. Perdere la barriera significa perdere anche questo: più stress idrico a parità di pioggia.
  • Meno intercettazione della deriva. I filari intercettano la deriva degli agrofarmaci: porosità ottiche comprese tra il 10 e il 40 per cento, con valore ottimale intorno al 25, danno la migliore efficienza di captazione. Una chioma trasparente non filtra più nulla, e in una pianura a mosaico di colture e case questo diventa un tema sanitario.
  • Rugosità superficiale in calo su scala di pianura. È l’effetto più insidioso, perché non è attribuibile a nessun singolo albero. Se decine di chilometri di filari si diradano contemporaneamente, l’intera pianura diventa aerodinamicamente più liscia: il vento medio al suolo aumenta e le raffiche arrivano più pulite e più forti.

Detto in una riga: stiamo smontando, filare per filare, un’opera di mitigazione del rischio meteorologico costruita novant’anni fa, e la stiamo smontando senza sostituirla.


7. Cosa funziona e cosa no

L’endoterapia funziona, a condizioni precise. La sperimentazione condotta all’EUR insieme all’Università Federico II ha mostrato che l’iniezione di abamectina nel tronco è la via più promettente, con l’88,5 per cento dei pini trattati in netto miglioramento, mentre i lavaggi con sapone di potassio si sono rivelati decisamente meno efficaci. Ma l’endoterapia è efficace solo se applicata a tutti gli esemplari dell’area, come misura di controllo a lungo termine, e le linee guida ricordano che i trattamenti vanno praticati da soggetti qualificati e hanno in genere una durata di circa un anno. I tentativi di lotta biologica classica con Cryptolaemus montrouzieri hanno invece dato risultati non soddisfacenti. Tradotto per un ente gestore: non è una cura, è una manutenzione periodica. Trattare metà filare significa non trattare nulla.

Abbattere senza ripiantare è la scelta peggiore possibile. Il caso della provinciale Velletri Nettuno è istruttivo. Le relazioni tecniche individuarono 350 alberi da rimuovere, anche a causa della cocciniglia, con una stima complessiva di 700mila euro per la messa in sicurezza; la strada è stata riaperta a inizio agosto 2026, senza più un albero. Sono chilometri di barriera aerodinamica cancellati in poche settimane, e nessun progetto di sostituzione ha la stessa velocità: un pino torna a fare da frangivento in venticinque o trent’anni.

Come si ricostruisce, se si vuole ricostruire. Le indicazioni della letteratura sui frangivento sono abbastanza univoche.

  • Progettare per una porosità compresa tra il 40 e il 50 per cento, non per densità massima, e verificarla sul profilo verticale: una porosità distribuita in modo uniforme tra fusto e chioma produce la fascia protetta più estesa.
  • Preferire più file e specie miste. Le fasce multifilare e plurispecifiche offrono in genere un controllo dell’erosione più forte e una regolazione microclimatica più stabile rispetto ai semplici filari monofila. È anche la migliore assicurazione contro il prossimo patogeno: una monocoltura di Pinus pinea lunga cinquanta chilometri è, per definizione, un bersaglio unico.
  • Sfalsare le età. Un filare tutto coetaneo arriva a fine vita tutto insieme, ed è esattamente ciò che sta succedendo ora.
  • Censire e monitorare. Specie, età, stato fitosanitario e classe di rischio per ogni tratto: senza catasto arboreo la gestione resta emergenziale.

E il cittadino? Ha un obbligo, non un’opzione: chi rileva o sospetta la presenza della cocciniglia tartaruga deve comunicarlo immediatamente al Servizio fitosanitario regionale. Il segnale precoce più semplice da riconoscere è la chioma che luccica e appiccica, cioè la melata, seguita dall’annerimento da fumaggine e da un anomalo ingiallimento degli aghi.


8. Come leggere i numeri di questo articolo

Per trasparenza: le curve delle figure 3 e 5 non sono misure eseguite in Pianura Pontina, ma profili schematici costruiti con parametri desunti dalla letteratura sperimentale sui frangivento (posizione del minimo tra 2H e 8H, recupero dell’80 per cento intorno a 20H, dipendenza del minimo dalla porosità). Servono a mostrare la forma del fenomeno e gli ordini di grandezza, non a certificare valori locali.

Una campagna anemometrica a monte e a valle di un filare pontino, due stazioni e un anno di raffiche sincronizzate, chiuderebbe la questione con misure reali. Con la rete di stazioni Meteo Cloud è un progetto realizzabile.


9. La riga da ricordare

I pini dell’Appia sono un’infrastruttura, non un arredo. Sono stati piantati da gente che aveva appena visto cosa fa il vento su una pianura senza ostacoli, e che ha messo le fasce frangivento nello stesso capitolo di spesa dei canali e delle strade. Quando quei filari si diradano per una cocciniglia arrivata dal Nord America non perdiamo un pezzo di cartolina: perdiamo la rugosità di una pianura, la fascia di quiete sottovento a ogni migliara, qualche punto percentuale di umidità nei campi e diverse decine di km/h di raffica al suolo nei giorni che contano.

Un albero morto va rimosso, sempre. Ma una barriera rimossa e non ricostruita è un’opera pubblica dismessa in silenzio. Vale almeno la pena di saperlo.

Fonti e riferimenti

Storia e assetto del territorio

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